Daniele De Rossi e un amore eterno chiamato Roma

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A questo mondo ci sono grandi uomini, idoli, che, con la forza delle loro gesta e il loro carisma, riescono, un po’ alla volta e un giorno dopo l’altro, sempre con più decisione, a entrare nel cuore di un altro uomo.

Sono delle personalità eccezionali, capaci, come nel caso di Daniele, di infiammare le folle nei momenti in cui serve una spinta in più e di consolarle nel momento in cui si subiscono delle amare delusioni. Questo ragazzo non è stato un vincente, né il miglior calciatore della sua generazione, non è stato il capitano romanista più amato, né un esempio da seguire per i bambini che si avvicinano al calcio, visti alcuni suoi gesti recidivi sul campo.

Le parole che state leggendo possono sembrare esageratamente forti o dure e qualcuno potrebbe ritenerle un atto di lesa maestà. Non potete immaginare con quale fatica sto cercando le lettere sulla tastiera, le lacrime sono troppe. Fa male in questo momento aprire il cuore ai ricordi, ma De Rossi è stato uno di quei campioni che mi ha dimostrato come, anche nel più buio e profondo tunnel, si possa poi trovare ancora la luce. Quante volte lo abbiamo visto cadere di fronte a limiti caratteriali, quando pregiudicava le partite a causa di eccedenze di vigore perché, in fondo, era forse l’unico a crederci davvero.

A volte era l’unico non solo fra gli undici in campo, ma fra i centomila presenti allo stadio e i milioni di spettatori che si lamentavano davanti al televisore. Come si può dimenticare la sua reazione dopo la sconfitta in finale di Coppa Italia, in uno dei Derby romani più emotivamente provanti di sempre? I giocatori della Lazio trionfanti sul prato dell’Olimpico, le tribune festanti ormai colorate solo di biancoceleste mentre i tifosi romanisti avevano già in parte abbandonato gli spalti. La squadra si avviava negli spogliatoi in attesa della cerimonia di premiazione, altri indugiavano ancora sul campo. Daniele era lì seduto, senza forze, a bordocampo, stremato dalle fatiche dei novanta minuti, consapevole del fatto che quella partita gli sarebbe sempre restata indelebile nella mente.

Non è stata l’unica volta che gli è successo: basti pensare alla storica sconfitta di Manchester fino a quelle con il Bayern, il Barcellona e, perché no, la partita di andata a Liverpool del 2018. Ma, nonostante tutto, quest’uomo ha sempre risalito la china, trascinando la Roma fuori dai momenti più bui.

Chi si prese la responsabilità di un rigore pesantissimo contro il Barcellona, ai quarti di finale di Champions? Quel rigore fu benzina sul fuoco, fu il momento in cui si iniziò a credere davvero in quella che sarebbe divenuta una delle rimonte più leggendarie della storia calcistica e romanista. Lui lo segnò, lui che, nella gara di andata, fu indicato come colpevole a causa di un autogol, nonostante avesse giocato la solita grintosa partita. E nelle interviste distribuiva complimenti ai compagni, senza volersi attribuire meriti di nessun genere, senza dare risalto alla propria prestazione. Quella vittoria rese la stagione indimenticabile per la tifoseria.

Già… la tifoseria, quella romana e romanista, che ha preteso ogni giorno da un ragazzo romano e romanista il genio tecnico di chi prima di lui ha indossato quella fascia da capitano. Che lui fosse sempre all’altezza di Totti, un clone di Francesco, questo desiderava, segretamente e visceralmente, la piazza di Roma. De Rossi, invece, sarebbe dovuto essere un orgoglio per questa città, ma mai gli fu fatto onore di prendersi tutti i meriti delle sue vittorie, al contrario di come gli furono additate le colpe di ogni sconfitta. Questo è stato: un guerriero disposto a prendere colpi durissimi pur di far da scudo, con la propria persona, alla maglia che egli stesso ha amato da ragazzino, onorato da calciatore e che continuerà ad amare da uomo ora che la lascerà da professionista.

Daniele ha vissuto un sogno e noi con lui. Ha giocato per anni al fianco del suo idolo e ha mostrato le lacrime senza riuscirle a trattenerle quando lo vide ritirarsi, rifiutandosi quasi di accettare quel passaggio di consegne che il destino aveva programmato sin da quando, appena bambino, varcò i cancelli di Trigoria. Ma non è stato solo uno spettatore della propria carriera. Ogni volta che era necessario, è stato disposto ad essere il rifugio emotivo della sua gente. Forse questo principe è stato più Re di quanto ce ne siamo mai resi conto. Un vero trascinatore, uno che segnava gol brutti e scorbutici, imperfetti, ma indimenticabili. E poi le sue sfrenate esultanze, che rappresentavano non solo il suo spirito che si sfogava ma un urlo di incitamento verso la folla. Una caratteristica così radicata in lui sin dagli esordi, anche quando, da giovanissimo, fu uno dei protagonisti del Mondiale 2006, dove tirò un’altro magnifico rigore sotto gli incroci, durante la lotteria della finale, per dimostrare che, nonostante l’età, non gli manca il coraggio  di farsi carico di forti responsabilità. La sua grinta resterà sempre una statistica non misurabile dai freddi numeri, ma lo identificherà per sempre come un Campione assoluto, un compagno leale e una guida indispensabile alla Roma.

Daniele De Rossi, classe ’83, nato ad Ostia, romano e romanista di nascita, abbandonerà la maglia giallorossa dopo 18 anni di sacrifici, botte, delusioni e rare ma enormi gioie. Non accadrà per sua volontà, ma, come ultima dimostrazione di affetto per quei colori, ha dichiarato che accetterà le scelte della dirigenza.

Per tutto ciò che hai fatto vedere sul campo e fuori, in questi lunghi anni, perché sei stato una bandiera, perché sei stato un uomo imperfetto e coraggioso, per il ricordo che ci lascerai: Grazie Daniele.

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