Mer. Dic 2nd, 2020

Michael Jordan: His Airness compie 57 anni

Più volte ci si interroga su chi sia il più grande di sempre nella storia dei vari sport. Tifosi, fan e appassionati tirano fuori, molto spesso, nomi impensabili che solo il gusto personale può posizionare questi giocatori nella classifica All Time. Quando questo discorso viene accostato alla pallacanestro, però, magicamente tutti quanti sono d’accordo su chi sia il G.O.A.T.

Federico Buffa, nel 2013, realizzò un servizio dove confermò la capacità di questo uomo di mettere tutti d’accordo, introducendo la sua grande con queste parole: “Anni fa, in un’inchiesta per ragazzi cinesi, a metà degli anni novanta, alla domanda “Chi è stato il più grande uomo di sempre?” Testa a testa tra Zhou Enlai e Michael Jordan. Sì perché tutti, ma proprio tutti, conoscono Michael Jeffrey Jordan”

L’inizio della leggenda

Michael Jordan inizia la sua carriera NBA nel 1984, scelto alla numero 3 dai Chicago Bulls. Portland, che lo snobba scegliendo Bowie alla numero 2, verrà punita otto anni più tardi dallo stesso Michael. Nella sua stagione da rookie segna 28.2 punti di media, atterrando di prepotenza nella Lega. Nel 1986 affronta Boston ai playoffs, la squadra che sarebbe diventata campione a fine anno, in Gara 2, subisce 63 punti dal ragazzo con il numero 23. Larry Bird, al termine della partita, gli rende omaggio con una frase che diventerà iconica: “Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan.”

Michael Jordan non sa vincere!

Nel 1988 arriva il primo di cinque MVP della Regular Season, Michael segna appena 35 punti di media a partita e tira con il 54% dal campo. Nel 1989, contro Cleveland, segna un tiro allo scadere che solo lui può segnare. La capacità di rimanere sospeso in aria gli permette di mettere a segno uno dei canestri più belli della storia, etichettato poi negli anni come The shot. 1990, sempre contro Cleveland, fa registrare il massimo di punti in carriera, 69. Nonostante la sua grandezza, non riesce ad arrivare alle Finals. Arrivano le prime voci che lo mettono in dubbio e che gli danno del perdente.

Il primo Three-Peat

L’anno successivo mette tutti a tacere, battendo i Lakers per 4-1 con un canestro che va oltre le leggi della fisica in Gara 4. L’anno dopo si ripete, questa volta contro Portland che lo aveva snobbato otto anni prima al Draft. In Gara 1 mette a segno 6 triple nel solo primo tempo, andando all’intervallo lungo con 35 punti a referto. Dopo la vittoria del secondo titolo, forma con Magic e Bird il Dream Team che vincerà la medaglia d’oro a Barcellona 1992. 1993, terze Finals consecutive contro i Suns e l’amico Barkley. Sir Charles, prima della serie, prova a mettere pressione a Jordan dicendo: “Conosco Michael, è un amico ma io sono il più forte di tutti.” Michael non si scompone e termina la serie con 41 punti di media. Terzo titolo consecutivo e terzo MVP delle Finals.

Il ritiro e il secondo Three-Peat

Prima della stagione del 1993-1994 annuncia il ritiro, la morte del padre è un’emozione troppo forte per contenerla. Si dedica al baseball nel periodo lontano dal parquet ma nel 1995 fa il suo ritorno, dopo cinque partite segna 55 punti contro New York al Madison Square Garden. Nonostante il suo ritorno, i Bulls vengono eliminati dai Magic in finale di Conference. L’eliminazione porta i suoi colleghi a criticarlo: “Non sei più il Michael di una volta.” Parole che risvegliano il vero Jordan. Nel 1996 Chicago vince 72 partite su 82 e Michael conquista il quarto titolo contro i Seattle Supersonics. I due anni successivi sono la definitiva consacrazione, nel 1997 affronta e batte i Jazz di Stockton e Malone. Dopo aver sprecato un vantaggio di 2-0 nella serie, porta i Bulls avanti per 3-2 con una Gara 5 da consegnare ai posteri. Segna 38 punti nonostante un virus intestinale che non gli permette di stare in piedi. 1998, stessi avversari, stesso risultato. Vince la serie mandando a segno il tiro decisivo di Gara 6, mettendo a sedere il difensore e manifestando, per l’ultima volta, la sua onnipotenza. Sesto titolo e al termine della stagione annuncia il secondo ritiro.

La parentesi ai Wizards e il ritiro definitivo

Nel 2001 torna in campo con la maglietta di Washington. Una parentesi fatta di divertimento ma con prestazioni per dimostrare, ancora una volta, la sua grandezza. Milita nella squadra della capitale per due anni, al termine del contratto decide di dire definitivamente addio al campo di gioco. Nel 2009 entra nella Hall of Fame e il giorno della cerimonia recita una frase che ha ispirato milioni di persone: “Never say never, because limits, like fears, are often just an illusion.”

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